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Un giorno Teresa, quando i genitori rincasarono all’ora di pranzo, andò loro incontro chiedendo il significato di una certa parola complicata.
“Dove l’hai sentita?” le chiesero, forse per contestualizzarne il senso.
“L’ho letta sul giornale!” rispose lei con naturalezza, quasi distratta da qualcosa di nuovo che nel frattempo aveva attirato la sua attenzione.
Teresa aveva 5 anni. E non sapeva leggere. Almeno per quanto ne sapessero i suoi genitori.
“L’ho letta qui” e andò a prendere il quotidiano di qualche giorno prima, che giaceva ripiegato sulla fòrmica verde del piano di cucina.
Era vero.
Teresa aveva imparato a leggere da sola. Curiosando, registrando tutto come faceva sempre. Osservando da lontano la sorella maggiore che faceva la seconda elementare.
Da quel giorno la sua innata curiosità venne stimolata, e le vennero assegnati piccoli semplici compiti per allenare le sue naturali inclinazioni: aveva un quaderno a quadretti con il margine sul quale la mamma disegnava un primo pezzetto di “cornicetta”, che lei avrebbe dovuto continuare e colorare.
Poi c’erano le lettere: Maiuscole, minuscole. E poi altri disegnetti. Dei pulcini un po’ spigolosi (dovevano pur sempre seguire la traccia dei quadretti!) che Teresa colorava di un bel “giallo pulcino” 😉 e con il piccolo becco arancione.
E poi c’erano i numeri.
Un pianeta un po’ sconosciuto e ostile, verso il quale Teresa dimostrava una certa diffidenza.
Nonostante ciò si esercitava, con esiti variabili.
Addizioni: ok.
Moltiplicazioni: era imbattibile.
Sottrazioni: sabbie mobili.
Divisioni: sistematicamente trasformava i due puntini del “diviso” in una “x” trasformando l’operazione più difficile per lei in una moltiplicazione.
Insomma, “barava”.
Il risultato era sempre un numero molto più grande di quello delle moltiplicazioni effettivamente assegnate, ma che importava: l’importanza era fare bene e non deludere le aspettative della mamma. E forse anche le proprie.
Voleva essere all’altezza in tutto!
Era nato forse lì il seme dell’idea di essere un bluff?
Stava iniziando a germinare, nel buio del suo inconscio, per il fatto che aver imparato a leggere spontaneamente “non valeva” come il percorso canonico?
Comunque le sue esercitazioni continuarono serenamente per tutta l’estate, forse per 10 minuti al giorno o poco più, e la sua gioia più grande era quando poteva scrivere i suoi pensieri ed emozioni, piccoli temi e le prime poesie.
E poi ci fu quell’evento.
Sì perché lo scopo di questo lavoro estivo era valutare se Teresa era idonea per “saltare” la prima elementare, dove si sarebbe senz’altro annoiata, data la sua intelligenza vivace e le sue capacità, e paracadutarsi così direttamente in seconda.
Era nata in Febbraio e avrebbe evitato così, dicevano, di “perdere un anno”.
La bambina era pronta, lo era di suo. E poi si era anche preparata- e per lei era stato davvero un gioco. Se non fosse stato per quelle divisioni e sottrazioni. Ma tutto era sotto controllo.
C’era solo una piccola formalità da espletare. Un esamino di ammissione alla seconda.
Teresa andò lì assolutamente serena e tranquilla: non lo sapeva mica cosa fosse un esame, perciò non era per niente spaventata.
E infatti seppe fare tutto quello che le venne chiesto, e rispondere a tutte le domande.
Tranne “quella”.
Ad un certo punto quella sottrazione: 13-8.
A memoria non le veniva.
Era una sottrazione.
E il 13 era un numero dispari. Non le piacevano i numeri dispari.
E lei voleva saperlo, voleva rispondere in automatico come avrebbe fatto con 8×2 oppure 10-6.
Ma 13 – 8 era difficile. E lei non lo sapeva fare.
E lei sapeva che se avesse contato sulle dita avrebbe risposto, ma pensava di doverlo fare “da sola”, pensava di dover conoscere la risposta e che contare sulle dita non valesse.
E così si congelò.
E si mise a piangere.
E si vergognò.
E si sentì non all’altezza del compito, non capace.
Allora non era quel genietto che si diceva….
E credette di aver deluso la mamma, e la maestra.
E tirò un colpo basso alla sua identità.
A 5 anni!
E a nulla valsero i tentativi di consolarla, da parte della mamma e della maestra.
E a poco valse il fatto che l’esame lo passò a pieni voti, e che zompò subito in seconda, e che era molto brillante nonostante fosse un anno più piccola.
No. Quello sarebbe stato l’unico fotogramma che Teresa avrebbe rivissuto per tutta la sua vita ripensando a quell’esame.
E quella sarebbe stata la sensazione che l’avrebbe accompagnata, tra sé e sé, tutte le volte che si trattava di dimostrare ciò che sapeva, ciò che era.
E sarebbe stato il sottofondo di ciò che credeva di essere, nonostante tutti i “successi” che registrava.
Quella sensazione non se ne andava.
Lei era un bluff, che di lì a poco sarebbe stato smascherato.
Dopo molti anni e molto lavoro con se stessa, Teresa scoprì che questa “sindrome dell’impostore” è una sensazione molto diffusa tra le persone capaci e colpisce le donne molto più degli uomini. Così ci si porta sempre con sé questa sensazione di non essere davvero come gli altri ti vedono, di non meritare i successi che vivi, di non valere davvero come gli altri credono, che in fondo è stata fortuna, circostanze favorevoli, coincidenze sincroniche ma mai, davvero davvero merito tuo.
Forse sarà per questo che mi sono appassionata a questi temi, non con la pretesa di “guarire” le ferite dell’inconscio – che esulerebbe dalle mie competenze- ma di fornire strumenti, sistemi, spunti e percorsi attraverso i quali potersi realizzare pienamente nella vita e nel lavoro , a prescindere dalle bugie che abbiamo registrato su di noi.
Ah, e per quel che vale, Teresa è il suo secondo nome.
Il suo primo nome è Gina.
Non sono mai stata un “uccello del mattino”, ma piuttosto una nottola. I miei bioritmi naturali mi hanno sempre portata a non fare nessuna fatica a stare sveglia fino a tardi, e a sentirmi invece molto “incollata” e priva di energia al risveglio. Negli anni questa tendenza naturale era andata via via consolidandosi, anche perché per 16 anni ho gestito attività di ristorazione con apertura fino a tarda notte, e per me era più probabile vedere l’alba da ancora sveglia, piuttosto che già sveglia.
A qualsiasi ora puntassi la sveglia al mattino, mi sentivo talmente addormentata che speculavo rimanendo a letto fino all’ultimo minuto possibile, rimandando la sveglia più che potevo, salvo poi alzarmi di scatto, già in ritardo, con l’energia che lo stress spremeva dalle mie povere ghiandole surrenali. Decisamente non un bel risveglio.
Quando ad un certo punto ho cominciato a mettere ordine nei miei ritmi, ho iniziato un po’ alla volta a praticare delle attività al mattino che potessero aiutarmi a sentirmi un po’ più “viva” e partire con il piede giusto: era un desiderio, ma anche una necessità, dato che avevo una figlia da portare alla scuola materna e non potevo certo, tra le due, essere io quella capricciosa e assonnata che non voleva alzarsi dal letto.
Tutto è iniziato con il muovere il corpo prima di qualunque altra cosa. Non sapevo che stavo iniziando a costruire un’abitudine, un rituale che sarebbe andato via via evolvendo, modificandosi, rallentando a volte, in alcuni momenti di ribellione alle mie stesse regole, ma che sarebbe gradualmente diventato parte integrante di me. Naturale e irrinunciabile come lavarsi i denti alla sera.
Lo scopo che mi prefiggo con la mia routine del mattino, e i benefici che anche tu puoi aspettarti di ottenere creandone una in linea con i tuoi gusti e con le tue preferenze, sono questi:
Ricordiamoci che, di default, io sono sempre una nottola e i primi momenti del mattino sembro più un Walking Dead che la donna vitale e sorridente che sono di solito 😉
I benefici del riattivare il corpo dopo il riposo notturno sono noti: dal riattivare la respirazione, innalzare il battito cardiaco e riattivare la circolazione sanguigna e linfatica, ossigenare il cervello per una maggior lucidità mentale fin da subito, significa far ripartire tutte le funzioni che ci servono per essere efficaci, energetici e “affamati”, di cibo e di vita, prima fare una bella colazione e partire con le nostre attività.
Non so se capita anche a te, ma le nostre menti al risveglio, se non indirizzate, scattano subito a pensare a quello che dobbiamo fare, ai doveri, ai compiti, alle attività da svolgere, ai progetti non conclusi, agli obbiettivi non raggiunti, a cose, persone e situazioni che vorremmo e che non sono (ancora?) presenti nella nostra vita, ai problemi in corso che non sappiamo come risolvere, al tempo che sembra non bastare mai. Tale attività è estenuante ed è comprensibile se l’unica cosa che ti vien voglia di fare è tornare nel confortevole abbraccio di lenzuola e cuscini, o se ti trascini svogliatamente verso la tua prima moka e siga, senza le quali-dici- non connetti.
L’obbiettivo non è quindi di negare la situazione attuale, ma di riconquistare uno sguardo più obbiettivo sulla nostra vita, notare tutto ciò che diamo per scontato e risvegliare il sentimento di Gratitudine e il senso di abbondanza per tutto ciò che è presente, o c’è stato.
Quando ci concentriamo solo sul COSA dobbiamo fare la lista è sempre lunghissima e, al di là della soddisfazione di poter apporre alcuni segni di spunta al lungo elenco, normalmente il senso di appagamento a fine giornata non è data da quante cose abbiamo fatto, ma dal SENSO che quelle cose hanno per noi, dai benefici che hanno creato o creeranno, dall’allineamento di quelle attività con i nostri valori (ciò che è importante) e con i progetti che ci stanno davvero a cuore.
Siccome è impossibile fare tutto (ma questo sono certa che lo sapevi già 😉 ) è fondamentale sentirti progredire nelle cose importanti, e dedicare tempo ed impegno per portare avanti quelle, insieme a tutto il resto delle cose che non possiamo evitare.
Se mettiamo la carota davanti all’asino per fargli tirare il carretto, e poi non gliela diamo mai – o peggio ancora, non gliela facciamo neanche vedere e continuiamo a frustarlo per convincerlo ad andare avanti, prima o poi l’asino si inchioderà, o cadrà a terra esausto. Questo lo capiamo tutti, ma non ci accorgiamo che spesso pretendiamo da noi la stessa cosa, spremendo le nostre energie fino all’esaurimento, come se il premio dovesse essere solo alla fine. Ma alla fine di cosa…?
Il nostro cervello ha bisogno di sapere quando potrà “staccare” dagli impegni, ha bisogno di registrare cose piacevoli e ricompense regolarmente, per essere stimolato ad aiutarci in quello che vogliamo creare. Inoltre se non fissiamo un termine entro il quale intendiamo dedicarci ad altro, rischiamo di occupare di doveri tutto il tempo disponibile, rubandolo a noi stessi e ai nostri affetti.
Tempo: 2 minuti
Tempo: 3-5 minuti
Tempo: 10-20 minuti, ma anche nelle giornate più frenetiche, almeno 5 minuti intensi.
Tempo: 3-5 minuti
In una lista a parte, metto per iscritto tutti i “to do”, le quisquilie che altrimenti si portano via la mia attenzione, così da restare concentrata su ciò che è più importante. Me ne occuperò durante la giornata, intervallandole alle priorità.
Io utilizzo sempre qualche supporto, di solito cartaceo perché lo preferisco. Quest’anno sto utilizzando il 5 Second Journal, una sorta di agenda creata da Mel Robbins, una delle speaker motivazionali americane che amo di più. Ci aggiungo dei dettagli che a mio avviso mancano, e faccio in modo che sia come piace a me.
Tu puoi utilizzare un’agenda, un quadernetto, un’applicazione delle tante che esistono, o creare una struttura tua, con dei campi da riempire, e utilizzare quella ogni mattina.
Tempo: 3 minuti
Se anche tu come me sei di quelli che, come me, non ha mai avuto fame al mattino, prova a vedere cosa succede al tuo appetito dopo una routine del genere 😉
Tempo: 15 minuti (ma io in questo sono ufficialmente un bradipo)
Tutto questo non mi prende mai più di 20-30 minuti (+ la colazione) e mi procura benefici non solo immediati, ma che si capitalizzano in modo incrementale nel tempo.
Capiamoci su una cosa: continuo ad essere una nottambula, e continuo a sentirmi, quando suona la sveglia, come se venissi scaraventata sul pianeta Terra da un’altra galassia, ma la differenza ora è che il mio corpo, la mia mente e il mio spirito, dopo qualche indispensabile minuto di raccoglimento nel letto, desiderano attivarsi grazie alle abitudini che ho creato e che moltiplicano il mio benessere. Un miracolo, insomma.
Dopo un periodo di rodaggio e fino a quando le tue abitudini non saranno consolidate, potrà essere importante anche per te, se ami la varietà come me, ricercare e sperimentare spesso nuove routine che ti forniscano lo stesso risultato: ritrovare ogni mattina l’ispirazione, l’energia e il focus per vivere pienamente e in modo produttivo le 24 ore nuove di zecca che ti sono appena state regalate.
Un ulteriore motivo per cui essere grati.
Spero che questa lettura ti abbia fornito lo stimolo e la curiosità di testare alcune di queste attività. Forse alcune ti potranno risultare un po’ innaturali all’inizio: ti invito a non sforzarti, ma a darti allo stesso tempo la possibilità di abituare il tuo cervello a creare una nuova “strada” che dopo qualche giorno comincerà a risultare più facile da praticare, fino a diventare piacevole, e poi irrinunciabile. Alcune cose invece potrebbero non essere proprio nelle tue corde: benissimo, lascia stare e trova quello che è in linea conte, crea il tuo modo di attivare tutte le tue migliori energie fin dal mattino, e trova come farlo in modo piacevole e divertente.
Non fidarti di quello che dico 😉 Sperimenta. E fallo #amodotuo.
Grazie per aver letto fino a qui.
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Buona routine del mattino!
Questo è infatti il primo articolo del blog del mio nuovo sito e sancisce per me un momento di trasformazione e di grande rinnovamento.
Inizialmente non l’avevo capito.
E’ cominciato con un periodo difficile con il mio compagno, dal quale non sapevo proprio se saremmo usciti insieme, più forti di prima, o se avremmo preso ognuno la propria strada.
Il secondo evento è stato il crash del mio portatile, che conteneva anni di lavoro, slide, corsi, immagini, riflessioni e progetti. Ero certa di aver salvato le cose principali anche in remoto, ma mi sbagliavo- e ho perso quasi tutto il materiale.
Poi la mia amata commercialista, che per me rappresenta un rapporto intimo come pochi, mi comunica che suo malgrado non avrebbe più potuto seguirmi, perché si sarebbe dedicata alla sua attività principale, che è quella di tributarista.
Un colpo al cuore!
Ti confesso che per un attimo mi sono sentita scivolare nella figura piagnucolosa del pulcino Calimero, che si lamentava sempre che tutti se la prendevano con lui perché era piccolo e nero. “E’ un’ingiustizia però…” diceva con quella sua vocina flebile.
Devo ammettere che già da bambina trovavo questo personaggio insopportabile, perciò ho dato un ultimatum al mio vittimismo ed ho cominciato a prendere in mano la situazione chiedendomi cosa volevo creare di nuovo.
Lì avevo cominciato a intuire. Troppe cose importanti stavano accadendo tutte insieme, ed era un chiaro segno del fatto che dovevo fare delle scelte e capire quale direzione prendere in diversi aspetti della mia vita.
Non ti faccio l’elenco di tutti gli sbarramenti che ancora mi si sono parati davanti e tutti i “rinnovamenti forzati” di questo periodo, ma oramai il messaggio mi era chiaro: qualcosa sarebbe rimasto, qualcosa sarebbe andato e stava a me non opporre resistenza e trarre il massimo beneficio da queste circostanze apparentemente indesiderate.
Da lì sono partita, supportata da due meravigliose professioniste, con il ripensare la mia comunicazione e il mio sito, e riorganizzare la mia attività. Le radici erano solide: si trattava di potare dei rami affinché potessero germogliare e prosperare le nuove gemme.
E, dopo poche ma intensissime settimane, posso dirmi davvero felice del risultato.
Le cose successe in questo periodo erano impegnative, ma comunque gestibili.
A volte però la vita ti fa lo sgambetto, e allora affrontare quelle situazioni può diventare una sfida davvero difficile da portare avanti.
Così è stato per me molti anni fa.
Fino alla mia adolescenza avevo avuto una vita normale, per certi versi anche privilegiata: due genitori molto uniti e presenti, una sorella poco più grande di me, in casa si respirava amore e armonia, le vacanze d’estate, un nonno che adoravo. A parte i normali braccio-di-ferro con i genitori e le preoccupazioni per qualche brufolo di troppo o per qualche simpatia non ricambiata, tutto scorreva normalmente.
Un giorno però vedo uscire mia madre dal bagno con delle lacrime che cercava di mascherare con un sorriso. Le mie antenne e la mia eccessiva sensibilità a tutto ciò che succedeva intorno a me però avevano già colto qualcosa, che ho sentito come un pugno nello stomaco.
Uno di quelli che non avevo ancora mai sentito.
“Perché piangi mamma?”
“Eh, perché mi dovrò operare”
Al momento non mi sembrava un’opzione di cui preoccuparsi, perché pensavo che ogni cosa si sarebbe potuta riparare.
E fu così per un po’.
Ma poi le brutte notizie cominciarono a susseguirsi, così come le trasferte in ospedali lontani, alla ricerca di luminari che potessero ridarle la salute.
Non parlavamo della malattia, né tra di noi né con lei, non parlavamo di cosa stava succedendo o potesse succedere. Io credo di non aver capito davvero cosa stava accadendo fino alla fine.
Ho ancora impresse nella mente delle immagini così dolorose, così “ingiuste” dell’ultimo periodo, la perdita progressiva della sua mobilità e della sua autonomia.
E noi tutti sempre in silenzio.
Fino alla fine mi sono illusa, ora posso dirlo. Ero proprio cieca. Ma la realtà ci ha portato via la nostra amata mamma e moglie, troppo giovane, troppo bella, con troppe cose ancora da vivere.
Almeno dal nostro piccolo punto di vista terreno.
La cosa più dolorosa di quando ci ha lasciati è che ognuno di noi si è trincerato nel proprio dolore, nel proprio silenzio, e così quella sofferenza si è cristallizzata e per me è diventata lacerante.
Così nel tentativo di sopravvivere, di creare un nuovo equilibrio, ho iniziato a riempire di cibo quel vuoto insopportabile e ho camminato fianco a fianco con una compagna di viaggio che non voleva lasciarmi libera e che tentavo ad ogni passo di vincere, la bulimia.
Non sono tra quelli che pensano che si può imparare solo attraverso la sofferenza. Al contrario. Penso che possiamo imparare e crescere soprattutto stando bene, che dovremmo cercare di farlo sempre.
Ma se proprio il dolore arriva, allora è bene trarre tutti gli insegnamenti possibili, e far partire da lì la propria trasformazione e la propria rinascita.
Così è stato per me.
Da quella doppia sofferenza è iniziata la mia ricerca, è iniziato il mio percorso per capire se esistessero e quali fossero le chiavi per accedere ad un benessere duraturo, ad una vita appagante, per scoprire chi siamo e realizzare ciò che abbiamo dentro.
Dapprima per aiutare me stessa, poi per condividere con altre persone accomunate dallo stesso desiderio di realizzazione e, perché no, di felicità.
E credo di poter dire che sono a un buon punto del cammino.
Ora che mi conosci un po’ di più ti può interessare scoprire di più del mio lavoro
Ps: Ah! E se sei rimasta con il dubbio, con il mio compagno siamo usciti più forti di prima, la commercialista nuova sarà fantastica in modo unico e il mio bellissimo sito nuovo è sotto ai tuoi occhi!
Ci sono stati molti momenti nella mia vita in cui portare avanti ciò in cui credevo e volevo realizzare è stato difficile. Forse sono stati addirittura di più di quelli “facili”.
Sai quando senti che c’è dell’altro, non riesci ad accontentarti perché sai che c’è qualcosa di te che non stai utilizzando, che stai andando a metà della tua vera potenza. Quando che c’è un progetto che ti chiama per nome -ma stenti a seguire con fiducia e pienamente quel richiamo. Quando delle tua capacità o inclinazioni si vogliono esprimere, ma c’è la realtà di tutti i giorni con cui devi fare i conti, fatta di risorse non illimitate- di energie, tempo, denaro.
Per non parlare delle tue paure, delle bugie che ti racconti per proteggerti, della stanchezza, dei molti ruoli di cui sei investita.
La tua anima brama l’avventura,
ma il mondo ti dice che è bene essere giudiziose, fare le cose “con la testa”, non correre rischi, non esporsi.
E finisci col dirtelo anche tu.
Più lavoro con le donne, oggi, e più ritrovo questa dualità:
una spinta alla grandezza, all’espressione totale di sé- e allo stesso tempo una forza che contiene, ridimensiona, a volte costringe, come uno di quei bustini che le donne indossavano nell’Ottocento per strizzarsi la vita e innalzare il seno, allo scopo di apparire più seducenti. Poco importa se a lungo andare l’assetto naturale dell’ossatura e degli organi interni si deformava, con gravi conseguenze sulla salute.
Ed è quasi come avessimo memorizzato che è più sicuro ed opportuno contenersi, adeguarsi, modificarsi in base alle richieste e ai dettami provenienti dall’esterno. Diventando noi stesse censori dei nostri sogni, e spesso di quelli altrui.
Così è stato anche per me: surfavo, tra l’essere mamma e voler dare a mia figlia tutto l’amore e il supporto che le serviva, dedicarle (dedicarci!) tempo di qualità, esserci per i miei affetti, esserci per me, per il mio compagno, gestire la casa, far la spesa, occuparmi del cane e allo stesso tempo lavorare, continuare a studiare, sperimentare, correggere la rotta e continuare ad alimentare quel sogno, quel desiderio. E magari in tutto questo non dimenticarmi di vivere e basta, di ridere, di divertirmi.
A volte le emozioni mi percuotevano e sconquassavano come una barca sbattuta dal mare in tempesta– mare che poi si rifaceva calmo- e mi permetteva di avanzare ancora.
A volte le persone attorno a me non erano di supporto: avevano le loro idee, i loro obiettivi, i loro bisogni e desideri – come è giusto che fosse. In effetti “essere di supporto” non era il loro compito- ma questo rendeva le cose ancora più complicate e ardue.
C’erano giorni in cui perdevo di vista il senso, la tentazione di rinunciare si insinuava serpeggiante, vestendosi di mille buone ragioni per farlo…ma poi mi ricordavo del “mio perché” e mi rimboccavo le maniche ancora una volta: mi scrollavo la sabbia di dosso e ripartivo.
A volte serve fermarsi, guardare l’orizzonte, aspettare la prossima onda, sapendo che gli alti e bassi sono normali, ma che non sono un motivo per fermarti.
E sai cosa ti dico?
Capita ancora, che non sia facile. Il mondo esterno non ha smesso con le sue richieste, né con gli ostacoli che ti butta tra i piedi.
Alcune scelte portano con sé il peso della solitudine (quante volte mi sono sentita sola!) a volte ci si sente prosciugate da attività minori e incombenze lavorative e familiari che la vita ci mette davanti ed è facile perdere il contatto con la visione più grande.
Sei tu che devi semplicemente comprendere che non è compito di nessun altro, se non tuo, quello di nutrire le tue passioni, seguire quella “ strada che per te ha un cuore”, trovare quello che ti fa sentire viva- e farlo.
So cosa vuol dire, quando ti dici che più di così non puoi fare.
So cosa significa, quando ti racconti che non puoi essere una brava madre, moglie o compagna, e una professionista di supersuccesso allo stesso tempo.
So come ci si sente quando tutte attorno a te sembrano così realizzate nella loro parte di mamme e mogli perfette, con i loro figli ubbidienti e bravi a scuola, con i capelli sempre in piega, le scarpe col tacco e la macchina lucente- mentre tu sembri spesso appena uscita dalla centrifuga 😉 e lotti con l’orologio per riuscire a fare tutto.
E se non sei madre- hai sicuramente delle colleghe impeccabili, che sembrano esistere solo per farti fare i conti con la finitezza della tua umanità.
So cosa provi, quando sei circondata da discorsi banali, da gossip, critiche e giudizi sul capo, sulla collega, sugli insegnanti o sui compagni di classe dei tuoi figli e quando tutto questo non ti corrisponde e non ti basta.
E so come ci si sente a chiedersi spesso: Forse dovrei togliermi questi “grilli” dalla testa? Perché non riesco ad avere una vita “normale”? Ma infondo non è così male se…
Ma se avanzare a volte è impegnativo, rinunciare avrebbe un costo ben più alto. E so che non è da egoiste voler continuare, è più da egoiste lasciar perdere.
Perché ognuna di noi ha un dono- e se lo tiene tutto per sé, se lo nasconde al resto del mondo, se tiene nascosta la perla nella conchiglia, priva il mondo di qualcosa di prezioso, e priva se stessa di quella che forse è la ragione più importante e profonda per cui è venuta al mondo: realizzare ciò che è.
Scoprire chi sei, scoprire i tuoi piccoli e grandi doni, e metterli al servizio della collettività.
E non importa se questo si esprime nel creare ranocchie di panno-lenci imbottite di quinoa, o contribuire alla progettazione di una città su Marte, allevare lombrichi, scoprire la cura per il cancro, scrivere romanzi o creare un’applicazione multimilionaria.
E’ la tua vita. E non è eterna.
Ti rappresenta? Parla della vera Te? Ne stai facendo quello che, veramente vuoi farne?
Trovare queste risposte è un bellissimo viaggio, e per farlo è importante trovare supporto reciproco, ispirazione, vicinanza. E serve un PIANO, che si realizzerà solo se supportato da AZIONI.
E’ così che la società si è evoluta. Ed è così che abbiamo sostenuto gli uomini nel creare i grandi (non sempre) risultati che hanno creato. Ma serve farlo anche per noi stesse.
Come coach, aiuto le persone a ritrovare la propria unicità e ad esprimerla concretamente, a creare un impatto positivo sulla propria vita e su più vasta scala; ad uscire dalla vita che , forse, stanno portando avanti in modo automatico
e viverne una vibrante, ricca, che li faccia sentire sui propri binari, pienamente vivi..
La maggior parte delle mie clienti sono donne- e sento più che mai la chiamata a fare la mia parte affinché nessuna di loro debba rinunciare ai propri sogni, progetti e desideri, debba più rinunciare a realizzare pienamente ciò che è.
E facendo questo, a mia volta realizzo ciò che io sono, ciò che ho dentro, che ha senso e valore per me, quello che sento di essere venuta a fare, e che mi appassiona follemente.
Perché la realizzazione personale non è un capriccio: è un bisogno (e se lo ha detto anche Maslow… 😉 )
Se sei donna e queste parole ti hanno mosso qualcosa dentro, contattami per un colloquio gratuito e vediamo in che modo, insieme, possiamo dare vita e forma ai tuoi desideri.
Se sei un uomo, ed hai letto fino qui, ti ringrazio di cuore, e ti chiedo di passare questo articolo, se vuoi, ad una donna a cui vuoi bene, ad una donna che ami e che non hai paura di veder sbocciare in tutta la sua grandezza. Aspetto anche lei.
Hai presente quei momenti della tua vita in cui hai semplicemente SAPUTO quale fosse la prossima cosa da fare, ed hai agito in quella direzione? Hai presente quella particolare sensazione, che ti indica la strada, che comunica con te con un brivido forse, con un accenno di sorriso, o in un modo tutto suo, che solo tu puoi riconoscere?
Sì, quella che si esprime un attimo prima che intervengano i tuoi pensieri, prima che questi inizino a giudicare e criticare ed indìcano un referendum su quanto sia opportuna o fattibile la tua idea, e su quali nefaste conseguenze potrebbero oscurare la tua reputazione o minacciare la tua esistenza se tu la mettessi in atto?
Quando segui quella, che può essere una voce, una sensazione, un’eco, un’immagine vivida – stai seguendo la tua ISPIRAZIONE. E’ una strada che, non ti chiedi perché, ma TI VA di prendere. O non ti va, perché il meccanismo funziona anche quando è un NO quello che si vuole palesare.
Quando invece permetti che a guidare il gioco siano i tuoi pensieri, che per loro natura possono oscillare in un attimo dalle vette più soleggiate alle gole più oscure, sei come un burattino, che agisce sulla scia delle emozioni procurate dai pensieri, senza accorgerti che a quei pensieri sono attaccati i fili che ti muovono, ma non c’è nessun “gran Burattinaio” a muovere quelle dita, sono dita automatiche, programmate in modo casuale, in base alle memorie del passato e dalle paure del futuro e a tutto ciò che è giudicato normale nel contesto in cui vivi.
L’ispirazione invece se ne frega della normalità come è largamente intesa. Per l’ispirazione è normale ciò che nasce da dentro.
L’ispirazione è mossa dal Desiderio, ma appunto, non dalla miriade di desideri indotti da ciò che vedi fuori da te, dai bisogni magistralmente sollecitati da uno spot pubblicitario o da risultati raggiunti da altri. I veri Desideri nascono dal tuo Te autentico, da ciò che per te ha un senso e che ti fa nascere un mezzo sorriso sulle labbra mentre dici tra te e te “ma che figata sarebbe fare sta cosa qui?”
Non nascono perché pensi a quali vantaggi ne conseguiranno, o perché sono la condizione per la tua felicità, o ancora perché ti risolveranno un problema.
Nascono perché vogliono essere realizzati da te. E ti sussurrano all’orecchio.
Senza trombe che squillano, senza rulli di tamburo, senza angeli che scendono dal cielo cantando in coro, solo con una sottile ma chiarissima certezza di qual è il prossimo passo da fare per te.
Perciò allenati a riconoscere quella voce, o qualunque cosa sia per te, a ritrovare quel SAPERE che è solo tuo ed è parte del corredino con cui sei venuto al mondo per realizzare ciò che sei venuto a realizzare, piccolo o grande che sia, nel modo in cui è congeniale a te…
Quando sei ispirato non hai bisogno di motivarti o di venir motivato.
Puoi paragonarlo al trasportare acqua con un secchio bucato, che devi costantemente riempire (di motivazione appunto), rispetto la facilità con cui l’acqua scorre all’interno di un acquedotto.
O ancora, alla differenza tra pedalare serenamente su di una strada di campagna in lievissima discesa o arrancare a piedi, nel fango fino alle ginocchia, con uno zaino di 60 chili sulle spalle in un giorno di pioggia battente: puoi farlo certo, ma non fluisce mai, ed ogni singolo passo ha bisogno di tutta la tua forza di volontà ed i tuoi sforzi.
Quindi, a meno che tu non faccia parte dei Marines, sai già qual’è la strada da seguire. Certo, a volte ci saranno delle salite anche lungo la tua bella strada di campagna, e le supererai egregiamente con lo slancio che hai raccolto sulla discesa precedente- e nei momenti in cui dovrai spingere sulle gambe e pedalare più forte, perché la salita sarà più erta, saprai farlo, perché starai bene e non sarai sfiancato da immani fatiche precedenti.
E sarai pronto a scollinare di nuovo.
Una sfida non superata, un traguardo non raggiunto, un riconoscimento non ricevuto, un problema che si ripete ed ecco che il nostro cervello inizia fare bilanci, a trovare una sua spiegazione, reale o inventata, e trarre delle conclusioni.
E questi pensieri, spesso giudizi su di noi, o sulla natura delle cose, dapprima iniziano ad infiltrarsi come passeggeri clandestini nella nostra coscienza, e un po’ alla volta prendono dimora dentro di noi.
A poco a poco sembrano diventare solidi, diventano la materia con cui costruiamo letteralmente la nostra realtà. Diventano muri altissimi di una prigione nella quale inconsapevolmente ci rinchiudiamo. Ogni mattina, al risveglio, ripetiamo quei pensieri e ricreiamo quella realtà nella nostra mente, sentendoci separati dal flusso vero della vita, dalle opportunità, dalla gioia.
Non ne siamo consapevoli, ma nel nostro cervello stiamo costruendo alleanze tra neuroni, stiamo costruendo autostrade a tre corsie grazie alle quali quei pensieri-immagini-emozioni divengono sempre più facili da vedere e provare, stiamo accendendo reti neurali che, sentendosi così gettonate, tenderanno a riaccendersi al minimo input, come pensassero “beh, se questa strada la percorre così spesso deve significare che è una strada utile…diamoci da fare!”
E prendiamo quel particolare della nostra vita, lo ingrandiamo 1000 milioni di volte e ce lo spariamo davanti agli occhi, lo confrontiamo con lo stesso particolare della vita degli altri, di quelli che quella roba lì ce l’hanno già. Pur sapendo che far paragoni è uno degli impieghi più sciocchi e improduttivi del nostro intelletto. E mentre lo facciamo mettiamo a fuoco solo quel dettaglio, e sullo sfondo l’interezza del disegno, cancelliamo altri parametri, sembriamo restare sordi al buon senso che sembra suggerirci che ogni vita ha i suoi pieni e i suoi vuoti, i momenti di flusso e gli ingorghi, i momenti in cui sembra che la vita ti scorra a fianco senza riuscire a bagnarti nemmeno le dita dei piedi, ed i momenti in cui ti senti immerso in un’energia molto più grande e intelligente di te.
Ma in ogni muro puoi creare un varco, specie se quel muro è fatto di pensieri.
A volte per uscire da quella gabbia immaginata ti basta girarti di 180° per accorgerti che quella parete contro la quale continuavi a sbattere era solo un semicerchio, e bastava guardare altrove per cogliere quanto parziale e falsata fosse la percezione di quella realtà, e quanto immensamente più vaste fossero le possibilità.
L’altro giorno una cliente, alla sua prima sessione di coaching, mi ha chiesto: “Ma tu come hai fatto a sconfiggere i pensieri negativi? Quei momenti bui in cui il problema che stai vivendo è così pressante che non riesci a vedere altro?”
Ho sorriso, pensando alle mie lotte di un tempo. E le ho risposto che ioi pensieri negativi non li ho mai “sconfitti”, e nemmeno ci provo più, a dar loro battaglia. Sarebbe come cercare di ripulirsi dalla sabbia quando prendi il sole sulla spiaggia in un giorno di vento. Una partita persa ed un grande spreco di energie.
A volte arrivano, eccome! E ci provano, a darmi un po’ il tormento.
Ho solo smesso di ascoltarli.
Ho solo smesso di reagire sull’onda delle immagini che costruiscono, a volte, nella mia mente.
Ho solo smesso di credere alla loro visione distorta e parziale delle cose.
Ho solo imparato a riconoscerli e a tenere a mente che i muri che creano non sono solidi, non sono reali, e che se li tocco con un dito mi accorgo che posso oltrepassarli come fosse una nuvola.
Non è necessario combatterli, trasformarli, o affrontarli ad uno ad uno come un Samurai con la sua katana, finché l’ultimo nemico sarà stato annientato.
Pensa quando il cielo è grigio. Quando ci sono le nuvole nessuno di noi è così sciocco da pensare che il sole sia sparito dal cielo ed organizzare una spedizione alla sua ricerca.
Un pensare più pulito è sempre presente al di là del ronzìo dei pensieri più futili e ingannevoli: lasciali parlare, ma non ascoltarli. Lasciali affollarsi nella la tua mente, e intanto apri una porticina per il ricambio dell’aria, permetti loro di offrirti i loro suggerimenti, ringraziali, ma non agire secondo quei dettami: semplicemente attendi fiducioso il ritorno del tuo pensare migliore.
Succede sempre, come è vero che il sole è ancora lì.