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Realizza ciò che sei con i tre livelli del cambiamento

Realizza ciò che sei con i tre livelli del cambiamento

Anche tu puoi realizzare ciò che sei, scopri come farlo attraverso la pratica.

Realizza ciò che sei - mano che accarezza acqua

Prima dell’articolo “Realizza ciò che sei con i tre livelli del cambiamento”, leggi qui⤵️

Disclaimer: in ciò che scrivo e nel mio lavoro mi rivolgo prevalentemente alle donne, ma non solo. Scrivo al femminile perché, per ora, non mi piace riempire il testo di asterischi o simboli vari e sono certa che gli uomini capiranno. D’altronde fino ad oggi abbiamo letto sempre tutto al maschile senza prendercela, perciò siamo sicure che anche voi potete fare lo stesso.😉

Diventa ciò che realmente sei

 

Una ghianda, se germoglia, diventa una quercia.

Se sarà una quercia possente o una più esile non ci è dato di sapere e dipenderà da una molteplicità di fattori. Quel che è certo, però, è che messa nelle giuste condizioni (la terra fertile), diventerà una quercia. Non un salice, un abete o un pioppo: una quercia.

 

Eppure non è corretto dire che “diventerà” una quercia. Il seme della quercia è la parte di un continuum a cui abbiamo dato il nome di ghianda. Poi vedremo un germoglio, un fuscello, un albero e poi, chissà, un albero possente che offrirà riparo a uccelli e animaletti, e agli umani che si rinfrancheranno alla sua ombra. Una ghianda è già una quercia, nella sua fase embrionale.

Continua a seguire il mio ragionamento, ti voglio far capire in pratica i tre livelli del cambiamento.


Realizza ciò che sei

 

Da qui nasce l’idea di “realizzare ciò che sei”. L’idea alla base: il tuo compito è quello di scoprire, progressivamente, quali sono le condizioni per diventare ciò che sei, per esprimere ciò che c’è già dentro di te – anche se non hai ancora idea di cosa sia o se, in questo momento della tua vita, ti sembra di averlo dimenticato.

 

Non dare ascolto alle voci tossiche

 

Il problema nel nostro mondo è che tutti cercano di dirti cosa devi diventare, cosa puoi, non puoi o non devi essere. O ti confondono con il loro positivismo tossico e frasi fatte. “Tu puoi essere qualsiasi cosa tu voglia essere” non è sempre vero. Specialmente se si tralascia di dire che se “quella cosa” non è già parte di te, come potenzialità, probabilmente non è un’impresa da intraprendere. O non è semplicemente possibile.

 

A volte siamo noi stesse a confonderci perché, non essendo in contatto con chi siamo veramente, pensiamo di dover scegliere un personaggio al di fuori di noi che meriterà la considerazione, la stima e sperabilmente l’affetto degli altri. “E così saremo felici”.

 

Cosa significa realizzare ciò che sei?

 

Realizzare ciò che sei non ha a che fare con il “destino”, con qualcosa di già scritto a cui devi sottometterti o che sei costretta a indovinare e compiere. 

 

Si tratta piuttosto di sintonizzarti progressivamente sulla vera te, abbassando il volume delle altre voci, quelle degli altri, quelle delle tue paure, quelle di te stessa che non pensa di potersi concedere la felicità di essere autentica. E si tratta di comprendere che questo è forse il viaggio più importante che tu possa mai fare nella vita.

 

Per fare questo ci vuole un po’ di pazienza e tanto amore, ma i doni contenuti sono di gran lunga più appaganti di qualsiasi obiettivo o status che potresti raggiungere in una condizione di distanza da te stessa.


Come riconnettersi a sé stesse

 

Per fare questo, si può lavorare con molti strumenti e in molti modi diversi. Il mio modo di lavorare, sia nelle sessioni individuali che nei percorsi di gruppo, è quello di fornire sempre pratiche che appartengano ai 3 livelli del cambiamento. (Ricordi? Ne ho parlato anche qui). In questo modo accompagno la cliente a fare dei passi concreti e trasformativi su ognuno di questi livelli.

 

Per spiegartelo, ti racconto la storia di Sara, che mi ha permesso di raccontarti del nostro lavoro insieme, ma con un nome fittizio.



L’esperienza di Sara

 

Quando Sara è venuta nel mio studio la prima volta mi ha usato queste parole:

“Mi sento in trappola. Una trappola che ho costruito con le mie stesse mani, e ora non so proprio come uscirne”.

 

Una laurea, un lavoro scelto perché era la logica conseguenza dei suoi studi, anche se non l’appassionava molto, un matrimonio con un uomo che amava, ma che dopo il primo figlio aveva iniziato a mentire e a comportarsi da padre padrone, ai limiti della violenza, portando Sara a isolarsi sempre più e ad avere grossi dubbi su se stessa. 

Dopo il secondo figlio Sara aveva lasciato il lavoro, ovviamente sotto le pressioni del marito, che così poteva avere il controllo totale su di lei. Con il terzo bimbo, che aveva due anni quando Sara venne da me, la donna diceva di non riconoscersi più. 



Sara e l’inizio del cambiamento


Aveva toccato il fondo in termini di autostima, ma aveva allo stesso tempo trovato una scintilla di amore per se stessa, tanto da voler intraprendere un percorso:

“Qualcosa deve cambiare. Se non per me, almeno per i miei bambini”.

 

Livello 1, la partenza

Abbiamo iniziato con piccole azioni fattibili, abitudini che la aiutassero a sentirsi meglio e a iniziare a riconoscersi. Sara aveva amato ballare fino a qualche anno prima, e si era sempre rigenerata in Natura, cosa che non si era più concessa di fare.

Quello è stato l’inizio. 

Iniziò a ballare da sola in casa, con il bimbo più piccolo in braccio o seduto a terra che la guardava stupito. Poi prese in prestito uno zaino da un’amica, che aveva smesso di frequentare perché si sentiva a disagio, ma che fu subito felice di aiutarla. Iniziò ad andare nei boschi o in riva al mare con il bimbo sulle spalle, tutte le mattine in cui le era possibile. 

 

Questo aumentò i suoi livelli di energia e vitalità. Iniziò a percepire sé stessa diversamente, non più fragile e senza speranza, ma più integra e con delle possibilità. Stavamo passando al secondo livello.

 

Livello 2, le nuove convinzioni

Sara negli ultimi anni aveva inconsapevolmente coltivato molte convinzioni limitanti e negative su sé stessa: Forse è colpa mia, Non valgo un granché, Non merito la felicità , erano soltanto alcune di queste. La conseguenza era che non sentiva di poter avere delle iniziative e tantomeno di poter cambiare la sua situazione.

Con un lavoro mirato sulle convinzioni limitanti, Sara si è accorta che quei pensieri non erano scolpiti nella pietra e soprattutto non erano necessariamente “veri”.
Iniziò a credere vero e possibile qualcos’altro, e più lo credeva, più agiva coerentemente, e più agiva coerentemente, più le nuove convinzioni si rinforzavano e la sostenevano.

 

Livello 3, l’evoluzione

Dopo 3 mesi, Sara si percepiva in modo completamente diverso rispetto a quando era arrivata da me. Aveva iniziato a essere assertiva con il marito, a esprimersi senza paura, e dire dei NO molto sani e a dire al marito che teneva ancora al loro matrimonio ma che non era più disposta a continuare in quel modo. Gli chiese di iniziare insieme una terapia di coppia presso una psicoterapeuta, e quello fu l’inizio di un altro viaggio. Non è stato sempre facile, ma li ha portati a guarire le ferite più antiche e a rinnovare il loro amore e le promesse che si erano fatti. In modo consapevole e maturo, si sono riuniti senza idealizzazioni e con la disponibilità a lavorare sempre sulla comunicazione e sulla loro relazione.


Come è riuscita a risorgere?

Questo è stato possibile perché Sara ha scelto di ritrovare la strada verso se stessa. Questo ha cambiato radicalmente la percezione di sé e la consapevolezza di ciò che voleva, dei suoi valori, dei suoi bisogni e di ciò che non era più disposta a tollerare nella sua vita. Ma aveva anche ritrovato l’amore per se stessa e la gioia e la gratitudine per aver rifatto contatto con il proprio valore.

 

Tutto questo ha avuto inizio con un po’ di musica e qualche passeggiata nei boschi?

Sì, e no.

 

L’inizio è stata la decisione di Sara, quella scintilla di amore risvegliato che le ha fatto dire: così non va più bene, merito almeno di provarci.

 

E poi sì, è nato dal progressivo Ri-incontro di Sara con sé stessa.

 

Perché tornare integre e autentiche è possibile, ed è un cammino, fatto di piccoli passi fattibili, che può produrre quelli che apparentemente sembrerebbero “miracoli”.

Livelli cambiamento - farfalla e bruco

Se vuoi tornare ad ascoltare la tua voce e realizzare ciò che sei non esitare a contattarmi. Creeremo il tuo percorso trasformativo, per ridare luce alle tue  caratteristiche e alla tua unicità.

Gina Abate non devi sentirti bene per forza

Sono Gina Abate, Coach, Mentore e Formatrice.

Ti aiuto a riallinearti con te stessa per far emergere la chiarezza, il coraggio e l’energia necessari per realizzare i tuoi desideri e progetti. Con amorevolezza verso di te e con una ritrovata Leggerezza. 

Parlo di questo e di altri temi di crescita ed efficacia personale nella mia Newsletter mensile.

I tre livelli del cambiamento nella vita

I tre livelli del cambiamento nella vita

Cambiare deliberatamente è possibile: come passare dal cambiamento di una situazione al cambiamento di sé.

Cambiamento nella vita - foglie di vari colori

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Disclaimer: in ciò che scrivo e nel mio lavoro mi rivolgo prevalentemente alle donne, ma non solo. Scrivo al femminile perché, per ora, non mi piace riempire il testo di asterischi o simboli vari e sono certa che gli uomini capiranno. D’altronde fino ad oggi abbiamo letto sempre tutto al maschile senza prendercela, perciò siamo sicure che anche voi potete fare lo stesso.😉

Cerchi il cambiamento nella vita ma…

 

Ti sei trovata a far fuori le provviste di una settimana in una sola sera, quando ti eri ripromessa di amare il tuo corpo e prenderti cura di lui.

 

Vuoi uscire da quella relazione che non ti nutre più, in cui devi negare una parte viva di te… eppure ti senti trattenuta, pensi che non ce la farai da sola, che “nessuno ti vorrà”, e immagini il resto della tua vita triste e in solitudine. Così resti lì.

 

Ti sei ritrovata a fumare e bere alcolici tutta la sera, fino a sentirti da schifo, nonostante tu sappia quanto questo sia deleterio per la tua salute e la tua energia.

 

Hai passato un altro weekend sul divano a fare binge watching su Netflix, mangiando schifezze e addormentandoti tardissimo, nonostante avessi stabilito che ti saresti occupata di quelle faccende sospese.

O forse, hai vissuto qualcuna di queste situazioni

 

Continui a rimandare le cose scomode, lasci accumulare tasse, multe, conti… eppure sai che questo aggrava la situazione e pure il tuo stato d’animo.

 

Hai di nuovo litigato con il tuo partner (collega/amica/ tua mamma, ecc) nonostante ti fossi ripromessa di non reagire e non farti prendere dalla rabbia e dall’emotività.

 

Sai di avere dei talenti e capacità che non stai esprimendo, sai che vorresti lanciarti in quel progetto che significherebbe tanto per te. Eppure continui a dar retta alla vocina che dice che non sei abbastanza competente, non hai memoria, è un’idea bislacca, non sai parlare in pubblico, a nessuno interesserà, e tutto sommato stai bene così. Ma sai che non è vero.

 

Vorresti muoverti di più, acquisire nuove competenze, metterti in proprio, fare una vita più sana, scrivere un libro, candidarti alle elezioni, aprire un’associazione, viaggiare da sola. Ma il tempo passa e non l’hai ancora fatto.

 

Vedi il cambiamento nella vita come un’utopia

 

Ti sei detta “Da domani si cambia”, te lo sei detto milioni di volte, ci hai creduto milioni di volte… E ora, delusione dopo delusione, credi che sia tutto inutile, non ti fidi più di te e stai per rinunciare a te stessa.  

Ti rivedi in questo schema? 

 

Certo, ognuno di noi può riconoscersi in almeno una di queste circostanze.

A ognuno succede di volere qualcosa, desiderare un cambiamento nella vita e non riuscire a metterlo in pratica. Ti dò una notizia: non sei “una brutta persona”, non c’è “qualcosa che non va in te”, non è che “sei fatta così e con te non c’è speranza.” È che cambiare intenzionalmente non è sempre facile.

 

Nella malsana abitudine di paragonarci agli altri, potremmo pensare che le altre persone non vivano questa difficoltà. Potrebbe sembrarci che alcuni siano dotati di una forza di volontà tale da far loro realizzare tutti gli obiettivi. Ma se vedessimo il quadro nella sua totalità scopriremo che anche quelle persone hanno, probabilmente, qualche difficoltà nell’ottenere o mantenere qualcosa.

 

“Volere”non è necessariamente “potere”: magari delle parti di te ritengono che ciò che vuoi possa essere pericoloso, difficile o causare sofferenza, e quindi intervengono per proteggerti.

 

Allinearsi per il cambiamento

Il cambiamento è l’unica costante della vita, ma cambiare deliberatamente e creare la vita che desideriamo, come abbiamo visto, non è sempre facile.

 

Cambiare nella direzione della nostra espansione, dell’espressione dei talenti che abbiamo avuto in dotazione e che abbiamo sviluppato, nella direzione della “scultura di sé stessi” fino a prendere la forma che è “nascosta nel pezzo di marmo” sembra, a volte, un percorso irto di ostacoli, deviazioni e battute d’arresto.

Come mai cambiare è così difficile?

Avrai spesso sentito parlare della metafora dell’iceberg, dove la parte visibile, che corrisponde all’incirca al 20% della massa totale di quell’enorme montagna ghiacciata, corrisponde alla nostra mente cosciente, alla nostra forza di volontà, alla visione di ciò che desideriamo.

 

La parte sommersa, circa all’80% della massa, corrisponde a tutto ciò che abbiamo incamerato e di cui non siamo consapevoli, tutte le ragioni e i programmi che si attivano automaticamente per proteggerci, le nostre convinzioni più profonde, i nostri valori, la percezione, le memorie: insomma, un vero e proprio mondo sommerso.

Senza l’aiuto di quel mondo sommerso, senza la sua partnership, è davvero difficile andare dove desideriamo. 

 

Se il vento spinge la parte emersa dell’iceberg in avanti, ma la corrente marina sospinge la massa sommersa all’indietro, dove pensi che si sposterà la montagna?

Esatto, all’indietro.


I tuoi progetti non partono? Ecco perché.

 

Ed ecco perché alcuni tuoi progetti non partono mai, alcune cose le inizi e poi le molli, alcuni risultati li ottieni e poi li perdi.

 

Se ci pensi, per la maggior parte delle cose noi siamo già capaci di ottenere/creare/raggiungere i risultati che ci prefiggiamo. Questo significa che per quegli obiettivi, il nostro iceberg è già allineato, la parte sommersa non ha ragioni e intenzioni opposte a quella emersa, e così ecco che possiamo procedere con tutta la forza dei nostri motori.

 

Ma quando così non è, non c’è forza di volontà o motivatore esterno che tenga: l’unica strada per un cambiamento duraturo è mettere d’accordo le due parti dell’iceberg.

 

Cambiare deliberatamente è possibile

 

Per farlo esistono una miriade di strumenti e percorsi. Il cambiamento nella vita è un viaggio personale e ognuno deve trovare le proprie strade ed esperienze e l’aiuto professionale di cui può avere bisogno.

 

Tra questi, il Coaching trasformativo e il mentoring possono aiutare e, per la mia esperienza, possiamo lavorare su tre macro livelli.

 

I tre livelli del cambiamento

 

Andiamo ad esplorare i livelli di cambiamento che andremo ad affrontare, segui ogni tappa e interiorizzala. Continua a leggere per saperne di più.

 

Il primo livello 

 

Il primo livello è: mi trovo qui, al punto A e voglio andare lì, al punto B. Si lavora su un obiettivo specifico.

Allora mi serviranno informazioni, competenze, risorse, potrò lavorare su un’emozione invalidante che mi si mette di traverso nel momento di agire, ecc. Creerò un bel piano d’azione, metterò a punto delle strategie e, passo dopo passo, mi muoverò in quella direzione.

 

Questo è un cambiamento di tipo lineare. Ero al punto A, e ora sono al punto B.

 

Il secondo livello

Il secondo livello è dove si lavora su un’intera area della propria vita.

Per esempio se nelle relazioni interpersonali faccio schifo, ecco che potrò mettere in atto tutte le strategie del livello uno:

  • acquisire competenze ed allenarle, 
  • lavorare sulle emozioni invalidanti che si impossessano di me quando devo affrontare una discussione, 
  • allenare le emozioni più funzionali, e così via. 

Infine, potrò lavorare sulla creazione di abitudini e rituali, su cambi di percezione rispetto al “problema” che possano espandere la mia superficie di movimento per quanto riguarda quell’area della mia vita.

 

Se volessimo dare una forma a questo secondo tipo di cambiamento, potremmo dire che è un cambiamento di tipo concentrico, su un unico piano, un po’ come una spirale che si allarga. Prima stavo in un’area piccola così, e potevo fare poche cose, ora quell’area è molto più estesa, e lo sono pure le mie possibilità di scelta.

 

Il terzo livello

 

E infine c’è un terzo livello che, come potrai immaginare, è quello che ha un impatto maggiore su qualsiasi cosa: è quello della trasformazione.

Qui si tratta di riscrivere i programmi che ci limitano, che si sono formati nostro malgrado o che potremmo aver ereditato, e che continuano a tenerci lontani dai risultati che vogliamo e da quell’esperienza di vita piena autentica e felice che desideriamo avere.

 
Il lavoro su di te

 

Attraverso cambi di percezione, si lavora sull’identità (la percezione di te). 

Attraverso l’individuazione e la trasformazione di convinzioni che limitano le tue scelte, i tuoi risultati e la tua esperienza di vita, attraverso il lavoro ad emisferi congiunti, attraverso l’armonizzazione del potente asse cervello del cuore – cervello del cranio, possiamo operare un cambiamento che contiene ed espande i precedenti ed aggiunge una dimensione verticale. Eccoci quindi al lavoro sul sé, la scultura di se stessi, la realizzazione di ciò che abbiamo dentro, liberato dalle costrizioni delle nostre paure e dal dolore delle esperienze passate


La fase finale della trasformazione

È dove prendiamo la forma che abbiamo sempre sentito di avere, con coraggio e con gioia e, probabilmente, in armonia ed accordo con il progetto della nostra anima.

 

Se volessimo dargli una forma, è un movimento che partendo da un punto, si muove a spirale e verso l’alto, ampliandosi ed innalzandosi all’infinito.

 

È la trasformazione, il cambiamento evolutivo, quello in cui merita davvero investire tempo ed energia. Ed è il tipo di cambiamento che auspico ad ognuno di noi.

Livelli cambiamento - farfalla e bruco

Qual è la tua esperienza quando si tratta di cambiamento? Se vuoi apportare l’evoluzione nella tua vita non esitare a contattarmi. Creeremo il tuo percorso trasformativo, per ridare luce alle tue  caratteristiche e alla tua unicità.

Gina Abate non devi sentirti bene per forza

Sono Gina Abate, Coach, Mentore e Formatrice.

Ti aiuto a riallinearti con te stessa per far emergere la chiarezza, il coraggio e l’energia necessari per realizzare i tuoi desideri e progetti. Con amorevolezza verso di te e con una ritrovata Leggerezza. 

Parlo di questo e di altri temi di crescita ed efficacia personale nella mia Newsletter mensile.

Troppo comodi per essere felici?

Troppo comodi per essere felici?

Riavvicinarci alla natura e ad una certa dose di disagio può renderci più creativi, sani e felici. Scopri perché.

troppo comodi per essere felici - casa immersa nella natura

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Disclaimer: in ciò che scrivo e nel mio lavoro mi rivolgo prevalentemente alle donne, ma non solo. Scrivo al femminile perché, per ora, non mi piace riempire il testo di asterischi o simboli vari e sono certa che gli uomini capiranno. D’altronde fino ad oggi abbiamo letto sempre tutto al maschile senza prendercela, perciò siamo sicure che anche voi potete fare lo stesso.😉

Siamo comodi… o troppo comodi? 

Siamo sempre a nostro agio: le nostre case hanno condizionatori per evitare il caldo, pavimenti riscaldati che ci evitano il fastidio di sentire il freddo sotto i piedi, abbiamo letti comodi e cuscini “memory foam”, nelle nostre automobili abbiamo sedili e volante riscaldati, telecamere che ci evitano di voltarci all’indietro. 

Abbiamo il wifi, la tv, la casa domotica, una scelta infinita di film e serie con cui intrattenerci, supermercati carichi di ogni sorta di genere di conforto, abbiamo vite sedentarie, lavoriamo -solo con la mente- seduti davanti a uno schermo e facciamo ginnastica (se la facciamo) all’interno di palestre confortevoli con video, musica e bibite energetiche.

 

Non siamo mai a disagio fisicamente, e questo sembrerebbe un bene.

Ma siamo sicuri che sia così?

 

 

Il comfort è importante 

 

Nella storia dell’evoluzione umana, abbiamo sempre ricercato un certo comfort perché allora poteva costituire la differenza tra la vita e la morte, tra la sopravvivenza della nostra progenie e l’estinzione del nostro DNA.

 

Ma dopo aver trovato un rifugio, del cibo, un riparo, l’uomo si è sempre rimesso in cammino: la sua vita era attiva (anche faticosa, diciamolo) e i rischi erano all’ordine del giorno.

Questa fatica e l’ingegno necessario a non soccombere ci hanno resi forti e creativi.

Come è naturale, abbiamo progressivamente cercato di creare delle condizioni dove la nostra vita non fosse più messa ogni giorno a repentaglio e dove tutta quella fatica non fosse più necessaria. Ma…

 

L’essere umano calca le sue orme su questo pianeta da circa 2,5 milioni di anni e, in quasi tutto questo tempo, la vita è stata caratterizzata da pericoli, disagio e fatica.

È solo da meno di 100 anni che le nostre vite sono diventate la fiera delle comodità!

 

Il nostro cervello però si evolve in modo molto più lento rispetto al progresso tecnologico. Come funzionamento infatti siamo ancora molto simili ai primi homo sapiens, con la differenza che ci siamo trovati catapultati in un contesto dove tutto ciò che ci ha resi forti e creativi non esiste più.

 

Questo, a quanto pare, ci ha fatto perdere qualcosa di importante.

Cosa abbiamo perso

 

Ecco cosa dice al riguardo Michael Easter, autore del libro “Troppo comodi” alla cui lettura mi sono dedicata quest’estate:

 

 “Ci mancano gli sforzi fisici, come il fatto di dover lavorare sodo per procurarci i mezzi di sussistenza. Abbiamo a disposizione troppi modi per intorpidirci, come il comfort food, le sigarette, l’alcool, le pillole, gli smartphone e la tv. 

Ci siamo distaccati da ciò che ci fa sentire felici e vivi, come i legami, l’immersione nel mondo naturale, gli sforzi fisici e la perseveranza.”

troppo comodi michael easter - copertina libro

Lo slittamento del comfort

 

Tutta questa comodità ha portato al fenomeno dello slittamento del comfort, che ci rende sempre meno soddisfatti e tolleranti nei confronti della stessa cosa. Io stessa mi rendo conto che quando il cellulare “non prende” a casa (e succede piuttosto spesso ahimè) per un attimo mi irrito come fosse un problema grave. Eppure solo 20 anni fa eravamo spesso in giro come dei rabdomanti a “cercare campo” per poter fare una telefonata, senza parlare del fatto che 40 anni fa questa comodità non esisteva nemmeno.

Insomma, ogni progresso riduce la nostra sopportazione del disagio, perché cambia la nostra percezione di ciò che è accettabile e cosa non lo è.

 

Ma se il confort di oggi è destinato a diventare il disagio di domani, siamo destinati a diventare sempre più dei mollaccioni incapaci di sopportare il più piccolo inconveniente e affrontare le minime reali difficoltà?

Dobbiamo forse rinunciare al riscaldamento e al telecomando e tornare a una vita spartana?

 

 

Non è necessario fare scelte estreme, ma inserire piccoli cambiamenti 

 

Per non perdere queste nostre importanti facoltà sembra che un parziale ritorno alla natura sia l’unica e indispensabile via da percorrere. Ma è possibile trovare un modo di farlo che sia compatibile con le nostre vite attuali?

 

Già in questo articolo ti ho parlato dell’importanza di resistere al continuo canto delle sirene del nostro smartphone, con le sue notifiche e gli stimoli continui che vengono dai social. Questo perché ritrovare la capacità di annoiarci può restituirci una creatività che è difficile far emergere quando sottoponiamo la nostra mente a continui stimoli.

 

Ma i benefici di un parziale ritorno alla natura sembrano essere molto più grandi: miglioramento della salute, longevità, miglioramento delle prestazioni fisiche e mentali, miglioramento dello stato emozionale e delle relazioni interpersonali. Non fa venire anche a te la voglia di esplorare questa possibilità?

Ma come farlo?

 

Nel libro, Easter ci suggerisce alcune possibilità per riconquistare la nostra parte selvaggia, felice e in salute. Te ne presento 3.

 

  1. il “bagno di foresta”
  2. 20 minuti, 5 ore, 3 giorni
  3. il misogi

E te le descrivo, nei paragrafi a seguire.

Il “bagno di foresta”

Si tratta di una semplice immersione in natura, con contemplazione della stessa (te ne ho parlato anche in uno dei miei post di settembre). 

 

20 minuti, 5 ore, 3 giorni

La ricercatrice Rachel Hopman, nativa digitale che ha deciso di studiare la “quantità di natura” e la frequenza che può risultare benefica per la nostra salute, per le nostre performance lavorative e la nostra creatività, ha condiviso queste scoperte:

20 minuti

  • 20 minuti di passeggiata al parco cittadino, o in un giardino o in un qualsiasi spazio verde o contesto semi-naturale, determinano nel nostro cervello profondi cambiamenti, rendendo la nostra mente più calma e ricettiva, creativa e produttiva. Possiamo anche solo passare accanto a degli alberi andando al bar, ma se li osserviamo ecco che l’effetto è assicurato. 
  • Se ripetiamo i 20 minuti per tre volte alla settimana, ecco che arrivano ulteriori benefici, tra cui l’abbassamento del cortisolo, l’ormone dello stress.
  • Attenzione! se in quei 20 minuti si utilizza il cellulare, i benefici vengono annullati!

5 ore al mese

Questa è la quantità di tempo (non consecutivo) che è stata identificata nello studio della Hopman come necessaria e sufficiente per amplificare i benefici. Questo sarebbe il tempo da passare in una dimensione “semi selvaggia” per sentirsi ulteriormente rilassati e rigenerati.

 

3 giorni

Se poi vogliamo farci un regalo davvero inestimabile, possiamo progettare 3 giorni in un luogo selvaggio, caratterizzato dall’assenza della rete mobile, la presenza di animali selvatici, la mancanza di servizi igienici e lontano dagli altri esseri umani. “L’effetto dei tre giorni”, si chiama proprio così, ci offre i benefici psicofisici di un ritiro di meditazione e permangono anche dopo essere tornati alla propria normalità

 

Il misogi

Questo è per chi è fortemente motivato. Consiste nell’individuare un’impresa fisica – bizzarra, creativa e inconsueta– che abbia meno del 50% di probabilità di essere da te realizzata, e iniziare a prepararsi per poterla compiere. Unica regola: non morire.

Come la penso, in conclusione


Sembra proprio che i contesti che abbiamo creato in cui vivere, le città, il cemento, le strade, il traffico, gli uffici, gli appartamenti, gli ambienti squadrati, l’illuminazione artificiale e la tecnologia mettano il nostro cervello altamente sotto pressione e gli facciano produrre una quantità di onde Beta veloci (quelle del cervello stressato) mai raggiunta prima d’ora nella storia. Il fatto di non stancarci mai davvero dal punto di vista fisico aggrava questo squilibrio.

 

Sembra però che la natura con le sue forme, i suoi frattali, i suoi colori e odori, le sue geometrie, i suoi movimenti costituisca un’informazione benefica sia a livello mentale che somatico che ci riporta “a casa”, a un benessere che ripristina tutte le nostre facoltà.

 

È perciò un investimento ad alto rendimento su sé stessi che forse vale la pena di fare.

 

Riuscirà questo a far sì che le diamo un po’ più di spazio nelle nostre vite frenetiche e distratte? 

 

Fammi sapere nei commenti cosa ne pensi.

Ascolta te stessa: se senti il bisogno di metterti scomoda, lasciare che la natura ti rigeneri, per ritrovare la tua essenza, non esitare a contattarmi. Creeremo il tuo percorso trasformativo, per ridare luce alle tue  caratteristiche e alla tua unicità.

Gina Abate non devi sentirti bene per forza

Sono Gina Abate, Coach, Mentore e Formatrice.

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Parlo di questo e di altri temi di crescita ed efficacia personale nella mia Newsletter mensile.

E se la noia fosse un bene?

E se la noia fosse un bene?

I vantaggi della noia sono più di quanto tu pensi. Tuffiamoci insieme nel mare del dolce far niente. 

I vantaggi della noia sono più di quanto tu pen

Prima dell’articolo “La noia è un male”, leggi qui ⤵️

Disclaimer: in ciò che scrivo e nel mio lavoro mi rivolgo prevalentemente alle donne, ma non solo. Scrivo al femminile perché, per ora, non mi piace riempire il testo di asterischi o simboli vari e sono certa che gli uomini capiranno. D’altronde fino ad oggi abbiamo letto sempre tutto al maschile senza prendercela, perciò siamo sicure che anche voi potete fare lo stesso.😉

76

2617

145

5427

225

10

 

No, non sto dando i numeri. Lo sai a cosa corrispondono queste cifre?

 

76:  le volte in cui, mediamente, prendiamo il telefono in mano ogni giorno

2617: i “tocchi” sullo schermo dello stesso, di un utilizzatore medio, al giorno

145: i minuti che trascorriamo, mediamente al giorno, per compiere quei tocchi

5427: i “tocchi” giornalieri di un utilizzatore frenetico

225: i minuti passati per compiere quei tocchi

10: le ore passate mediamente al giorno davanti a uno schermo negli USA

 

Bene, a questo punto mi pare che i numeri li stiamo dando tutti quanti.

 

La noia come risorsa
 

Non mi voglio focalizzare sui danni che questo uso smodato della tecnologia ci provoca, come danni alla vista, alla produttività, alla nostra capacità di concentrarci, alle nostre relazioni – solo per menzionarne alcuni, ma quello che appare evidente è che in questa circostanza ci stiamo perdendo una risorsa potenzialmente preziosissima: la noia.

 

Cosa succede al nostro cervello quando ci annoiamo e cosa potrebbe succedere se sopprimessimo per sempre questa emozione?

 

Scopriamolo insieme.

 

Fino a qualche tempo fa andavo quasi fiera del fatto che “io non mi annoio mai”, perché questa parola aveva per me solo un’accezione negativa. (Non sono forse solo le persone noiose ad annoiarsi? non era forse l’ozio il padre di tutti i vizi?). 

A un certo punto, però, mi sono imbattuta in alcuni studi che spiegavano quanto questa visione fosse un equivoco e tessevano le doti della noia. Questa emozione, nonostante noi la giudichiamo talmente negativa e spiacevole da allontanarcene in ogni modo possibile, è stata un ingrediente fondamentale della nostra evoluzione in questi 2,5 milioni di anni sulla terra.

 

 

Innanzitutto, chiariamoci su cosa sia la noia e di quali siano i suoi potenziali doni, e chissà se alla fine dell’articolo anche tu avrai un po’ cambiato idea su di lei.

 

 

Ti presento… la noia

 

Sicuramente ti sarà capitato di provarla.

La noia non è ciò che provi quando non hai niente da fare, ma quando niente delle cose che hai da fare, o che potresti fare, ti attrae. È caratterizzata da assenza di concentrazione, irrequietezza ma anche un senso di letargia: in pratica è quando ci sentiamo “sotto-occupati”.

 

È una sensazione che giudichiamo spiacevole, perciò oggi con tutte le app, i social e le notizie a disposizione nel nostro smartphone, in ogni pausa, al semaforo, camminando per strada, in attesa della cena al ristorante, ma anche sul divano e a tavola con la famiglia o quando nostro figlio ci parla – è fin troppo facile intrattenersi pur di evitarla.

 

Cosa ci perdiamo?

Quando ci annoiamo, per esempio piegando la biancheria o aspettando il nostro turno dal dentista, il nostro cervello attiva quella che si chiama modalità di default (default mode network).

Il nostro corpo innesta il pilota automatico ma, controintuitivamente, il nostro cervello diventa particolarmente attivo. Quando la mente non è impegnata in un’attività… impegnativa 😉 inizia a vagare. Ecco che si attivano connessioni diverse, si attiva una modalità di pensiero che è sotto il livello cosciente, e possono arrivarci idee, soluzioni creative a un problema che ci infastidiva da tempo, o può scattare il desiderio di un qualcosa che vogliamo creare o raggiungere nella nostra vita.

 

In quella modalità, facciamo quella che gli studiosi hanno definito “pianificazione autobiografica” (autobiographical planning), ovvero riflettiamo su momenti passati e immaginiamo nuovi possibili traguardi e come potremmo arrivarci.

 

Insomma, è una condizione particolarmente fertile, se ce la concediamo.

 

La noia è allo stesso tempo un segnale e una spinta motivazionale. Il segnale ci dice che non stiamo facendo quello che vorremmo fare e la spinta motivazionale ci suggerisce di darci degli obiettivi e progettare cose nuove.

 

E non solo la noia ci spinge a fare qualcosa per noi stessi, ma ci rende più altruisti e ci fa venire voglia di fare qualcosa per gli altri, come per esempio fare del volontariato o offrirsi per donare sangue.

 

Pianificare al minuto? No, grazie.

Se, però, riempiamo ogni momento di attività, se sfruttiamo ogni attimo per aggiornare i social, verificare se abbiamo notifiche, rispondere alle email, scaricare un documento, ci perdiamo questa possibilità. E non è tutto. Attraverso questo zompettare da un’attività all’altra, sottoponiamo il nostro cervello a uno sforzo di attenzione continuo e a un consumo smodato di energia.

 

Inoltre spesso “ci perdiamo l’attimo”, non ci accorgiamo delle persone che abbiamo accanto, delle bellezze della natura, di quello che succede a pochi metri da noi, come testimonia benissimo questa foto scattata dal fotografo Eric Smith nelle acque della California, in cui una balena passa a fianco della barca a vela ma lo skipper non si accorge di nulla, perché totalmente immerso nel suo mondo virtuale.

Il potere salvifico della noia

La noia, nelle sue evoluzioni


Nel 2008 la nostra attenzione al lavoro shiftava ogni 3 minuti. Nel 2018 ogni 45 secondi. Ora ho fin paura di sapere a quale ping-pong attentivo sottoponiamo il nostro povero cervello.

 

Ma tornare indietro, lo sappiamo, non è un’opzione. Cosa possiamo fare, quindi?

 

Nella mia ricerca, ho trovato due fonti di ispirazione per tentare di recuperare la nostra brillante creatività e la nostra salute mentale (e non solo): il primo è attraverso un uso ponderato dei potenti strumenti tecnologici di cui disponiamo – (ed è il tema di questo articolo).

 

Il secondo è attraverso una rinaturalizzazione della vita, un ritorno almeno parziale a una vita più naturale e meno comoda che ci permetta di recuperare alcune importanti caratteristiche appartenute per milioni di anni alla vita dei nostri antenati, e necessarie più che mai per migliorare la qualità della nostra “unica vita, selvaggia e preziosa”, per dirlo con le parole di Mary Olivier.

 

E di questo ti parlerò prossimamente. ⏭️

 

 

Annoiati e geniali: L’arte perduta di creare spazio  

 

La giornalista Manoush Zomorodi nel 2015 ha messo a punto il progetto Bored and brilliant (annoiati e brillanti, per l’appunto) per aiutare le persone a diventare più consapevoli del loro rapporto con il proprio cellulare e con l’iperconnettività.

 

Il progetto invitava i partecipanti a compiere diverse sfide, quali stare un’intera giornata con il telefono fuori dalla propria portata, andare nelle impostazioni e togliere tutte le notifiche, cancellare la o le app che l’utente giudicava più “ladre di tempo”.

 

È sempre più difficile vincere questa battaglia, perché da una parte ci siamo noi che non siamo più abituati al disagio del “vuoto” e che sfruttiamo ogni attimo per fare qualcosa pur di non rimanere soli con i nostri pensieri.

Dall’altra ci sono fior fiore di ingegneri ed esperti che studiano giorno e notte come attirare la nostra attenzione più spesso e più a lungo possibile, perché la nostra attenzione vale un sacco di quattrini.

 

Nonostante le difficoltà, i partecipanti hanno giocato con slancio e determinazione e, dopo aver superato qualche vera e propria “crisi di astinenza”, hanno superato le sfide riportando una maggiore energia, chiarezza e… felicità: avevano recuperato un bel po’ di tempo ma soprattutto si sentivano di nuovo alla guida della propria vita e non costantemente in reazione alle richieste provenienti dal proprio smartphone.

 

La cosa curiosa è che i più giovani, quelli nati e cresciuti con la tecnologia, hanno riferito di aver provato emozioni (non proprio piacevoli) mai provate prima! Insomma, non si erano mai annoiati prima di allora, perché al minimo segnale di “vuoto”, avevano sempre risposto prendendo il cellulare in mano.

 

 

 La noia… quanti ricordi!

Se ci pensi, chi non ha mai vissuto senza internet, e di conseguenza senza Netflix, Youtube, Facebook, Twitter, Whatsapp, Snapchat e tutte le notizie che la rete ci propin… ahem, propone, non sa quello che si provava da bambini nei pomeriggi d’estate quando non si vedeva l’ora di tornare in giardino a giocare ma bisognava rispettare “l’ora del riposo” altrimenti poi il “capo casa” chi lo sentiva…

O quello che si provava al mare, nell’interminabile attesa di poter tornare a fare il bagno dopo aver pranzato, le fatidiche due ore più lunghe della vita anche dopo aver mangiato solo un panino.

O quello che provavi nei pomeriggi d’inverno, quando non potevi uscire e non c’era niente alla tv (ma non niente di bello, proprio niente di niente, oltre che le righe colorate verticali su gli unici tre canali esistenti) 

 

Noia, era noia.

Ma in quella noia dovevi ingegnarti, muoverti, inventare, pensare, farti domande, escogitare scappatoie, immaginare, esplorare, creare.



La noia può curare la tua creatività

La noia è generatrice di progresso

 

L’essere umano si è evoluto attraverso prolungati periodi di noia e questo ci ha costretti a pensare nuovi modi di vedere il mondo: da lì il prosperare dell’arte, della filosofia, della letteratura, delle invenzioni, della scienza!

 

La creatività oggi è più necessaria che mai e sarà l’abilità numero uno che verrà richiesta al lavoro alle nuove generazioni per affrontare il futuro. Di questo passo però il rischio è che venga uccisa, o per lo meno tramortita pericolosamente, attraverso l’abuso dell’intrattenimento tecnologico e l’assenza della noia.

 

 

Vogliamo provare a cambiare le cose?

 

È solo una proposta, un esperimento da fare con curiosità, se ti va.

 

➡️ La prossima volta che, senza nemmeno pensarci, ti ritrovi con il telefono in mano, prova a chiederti: “Cosa sto cercando veramente?”

E se devi rispondere a una mail urgente, fallo e non pensarci più.

 

Ma se invece ti accorgi che stai cercando di intrattenerti, di distrarti per evitare di sentire qualsiasi leggero disagio – come solitudine, stress che vuoi alleviare, FOMO (fear of missing out: la paura di perderti qualcosa) o… noia – rimetti in tasca il telefono.

 

Respira, guarda il cielo, osserva i tuoi polpastrelli.

 

    • Se anche solo una piccola parte di quei 2617 tocchi destinati allo schermo ogni giorno li destinassi per fare una carezza a qualcuno che ami, o a toccare la corteccia ruvida di un albero, o a toccare i petali di un fiore, o se facessi una carezza a te stessa/o, come cambierebbe la tua vita?

       

    • E se la prossima volta che ti ritrovi a camminare per strada ti imponessi di guardarti intorno e sorridere, anziché mandare audio e rispondere a Whatsapp?

    • E se almeno un’ora prima di andare a letto tu spegnessi tutto e ti ingegnassi a fare qualcosa di diverso, cosa potrebbe emergere da una parte inascoltata di te? 

    • E se, quando senti quella noia e quell’irrequietezza, cercassi di capire dove ti vogliono portare, piuttosto che annegarle in un mare di distrazione?  

Io ho deciso di accettare la sfida, e tu?

Fammelo sapere nei commenti.



Ascolta te stessa: se senti il bisogno di fermarti, lasciare che la noia ti attraversi, per ritrovare la tua creatività, non esitare a contattarmi. Creeremo il tuo percorso trasformativo, per ridare luce alle tue  caratteristiche e alla tua unicità.

Gina Abate non devi sentirti bene per forza

Sono Gina Abate, Coach, Mentore e Formatrice.

Ti aiuto a riallinearti con te stessa per far emergere la chiarezza, il coraggio e l’energia necessari per realizzare i tuoi desideri e progetti. Con amorevolezza verso di te e con una ritrovata Leggerezza. 

Parlo di questo e di altri temi di crescita ed efficacia personale nella mia Newsletter mensile.

Donna selvaggia, abbraccia la tua natura

Donna selvaggia, abbraccia la tua natura

La donna selvaggia, la donna “naturale” giace, più o meno sopita, dentro di noi, in attesa di essere risvegliata.

donna selvaggia, abbraccia la tua natura

Prima dell’articolo “Donna selvaggia, abbraccia la tua natura”, leggi qui ⤵️

Disclaimer: in ciò che scrivo e nel mio lavoro mi rivolgo prevalentemente alle donne, ma non solo. Scrivo al femminile perché, per ora, non mi piace riempire il testo di asterischi o simboli vari e sono certa che gli uomini capiranno. D’altronde fino ad oggi abbiamo letto sempre tutto al maschile senza prendercela, perciò siamo sicure che anche voi potete fare lo stesso.😉

L’archetipo della donna selvaggia
 

Come sarebbe se ogni giorno fossimo in contatto con una parte di noi piena di energia e creatività, di capacità di adattamento e resistenza agli urti, una parte vitale, ispirata e ispiratrice, saggia e sintonizzata con la natura?

 

Queste sono solo alcune delle caratteristiche femminili ancestrali, a cui possiamo attingere se sappiamo fare ritorno all’archetipo della donna selvaggia, la donna “naturale” che giace, più o meno sopita, dentro di noi, in attesa di essere risvegliata.

  

Che fare per risvegliare il femminile selvaggio e soprattutto, perché mai dovremmo?

A vivere disconnesse dalla forza ancestrale della donna selvaggia, ne risente il nostro corpo, la nostra salute, la capacità di auto guarigione – oltre che la capacità di orientarci nelle scelte della nostra vita.

Ne risentono le nostre emozioni e  anche la psiche: dipendenze, depressioni e perdita di senso sono purtroppo all’ordine del giorno nella nostra società.

Riconnettersi al nostro femminile selvaggio ci permette di sintonizzarsi con una forza naturale che spesso non sappiamo nemmeno di avere. 

Innanzitutto, impariamo a riconoscerla

Ma quali sono le caratteristiche della “donna selvaggia” e come siamo invece quando siamo disconnesse da quella straordinaria fonte di energia, vitalità e potere personale?

 

C’è qualcosa di magico in una donna quando è nel suo potere. In lei c’è passione, ha fiducia in se stessa, è giocosa, creativa, sensibile, intuitiva, compassionevole. In lei traspare una primitiva bellezza, indipendentemente dall’età o dalle sue caratteristiche fisiche.

 

Quando una donna riconosce e incorpora il suo potere è fiera e piena di grazia, sa quando essere instancabile e determinata e quando invece lasciar andare, rallentare e prendersi cura di sé. È in contatto con la sua saggezza e si fida della sua intuizione.

 

Se la lasciamo andare, si spegne la nostra energia

Al contrario, quando una donna ha perso il contatto con il suo potere naturale, quello della “donna selvaggia”, è insicura, dubita di se stessa, ha difficoltà a mettere confini e farli rispettare, e cade facilmente in comportamenti manipolativi, passivo-aggressivi o si sforza di compiacere gli altri per ottenere ciò di cui ha bisogno e che non riesce a richiedere in modo assertivo. 

 

Può cercare approvazione “fuori” quando l’unica approvazione di cui ha bisogno è la propria.

Può essere sprovveduta, timida o diventare aggressiva, come se avesse difficoltà a dosare quel fuoco che è parte della sua natura.

È giudicante, verso se stessa e verso gli altri, con cui si paragona costantemente, uscendone a volte vittoriosa e a volte sconfitta- ma sono due facce della stessa medaglia.

 

È come se la luce dentro di lei si fosse smorzata, o spenta e lei cercasse disperatamente nuovi modi per riattivarla. Ma le cose materiali, o le altre persone, non possono farlo per lei.

 

È come se ci fosse un vuoto, un’emorragia energetica che tenta di riempire con cibo, relazioni, dipendenze- anche socialmente accettate e apprezzate come superlavoro, esserci sempre per tutti – tranne che per sè- raggiungere obiettivi che le portano lustro e onore. Ma quel vuoto resta lì.

 

Giudica se stessa, le sue idee, il suo operato, il suo corpo, il suo look, le sue emozioni, le sue paure. E, per questo, sente di non potersi mostrare integralmente, e nasconde parti di sé. Che fatica!

 

La riconnessione con la donna selvaggia

 

Per ritrovarsi, lei dovrà riconnettersi alla terra, alla natura, di cui è sempre stata custode e protettrice, e che è sempre lì, pronta a nutrirla e far scorrere nuovamente linfa vitale nelle sue vene.

E dovrà cercare dentro di sé ciò che le manca: il contatto con se stessa e con il suo spirito.

 

Ridiventare selvaggia non significa andare in giro con i capelli grigi e in disordine come una strega e le unghie sporche di terra (a meno che non ti piaccia così! 😉 ): significa entrare più in contatto con la propria natura, con il corpo,  il cuore, l’anima e ricordare, infine, il tuo sé autentico.

 

Per poterlo fare, serve

  • iniziare ad accettare ogni parte di sé (l’ho scritto anche in questo post), 
  • avere delle pratiche per ritrovare il proprio centro, il proprio radicamento, 
  • e riconoscere, fra tutte, il suono della propria voce.

Ora ti suggerirò due pratiche che ti aiuteranno proprio in questo.

 

La prima via: mettere in luce ciò che non ami di te e imparare ad amarlo

 

Iniziare ad amare noi stesse in tutta la nostra interezza e “traslocare dalla testa al corpo” sono le due vie che sinergicamente ti riporteranno a rivivere l’energia e la potenza della tua donna selvaggia.

Parlati in modo autentico e sincero

Per ritrovare la tua voce, la tua intuizione, la tua guida interiore, è necessario che tu sappia riconoscere la tua verità. Questo significa non nascondere a te stessa le tue emozioni e i tuoi sentimenti. Una volta riconosciuti e integrati, inizierai a essere integra e autentica anche con gli altri e nelle varie situazioni della tua vita.

 

Ecco alcune domande che ti aiuteranno in questo processo:

di cosa mi vergogno?

cosa sto negando?

per cosa mi sento in colpa?

cosa non funziona per me?

cosa non vorrei mai che gli altri sapessero/vedessero di me?

 

Rispondi per iscritto a queste domande, fanne un’abitudine per un po’ di tempo e semplicemente riconosci quello che emerge. Non giudicare, non voler “aggiustare”, modificare o cambiare.

 

Tenere nascoste quelle verità ti costa un sacco di energie, perciò riconoscile a te stessa, permetti loro di salire in superficie e di fluire, perdendo così la loro intensità e il loro potere.

 

 

La seconda via: riconnetterti alla tua donna selvaggia

 

La seconda via è trovare, o ritrovare, delle attività che ci permettano di sentirci vive, sentire il corpo così tanto da non riuscire a sentire più il brusio dei pensieri.

 

Le domande  da farti qui sono molto semplici:

cosa mi fa sentire viva?

cosa mi fa sentire autenticamente bene?

quando mi sento veramente io?

 

A volte le risposte potranno indicarti attività relativamente semplici da fare, come danzare, abbracciare gli alberi, fare passeggiate in natura o fare un giro in bici o in canoa.

 

Altre volte potranno metterti davanti al fatto che hai lasciato indietro una parte di te, che forse desiderava o amava viaggiare da sola, o fare rafting sui fiumi, o fare lunghe passeggiate a cavallo o scendere nelle viscere della terra e visitare le grotte.

 

Allora ti chiederai come riavvicinarti, con garbo e tutte le protezioni che senti necessarie, a quelle attività o imprese.

 

Io ho avuto diversi richiami in questo senso, tanto che nel momento in cui scrivo sto per partire per il Marocco in un viaggio on-the-road con alcune amiche (e al mio ritorno non mancherò di raccontarti!)

 

Queste sono solo due delle tante pratiche che ti possono aiutare a riconnetterti alla tua donna selvaggia, integra, libera e nel suo potere.

 

Se vuoi lavorare su questi temi puoi contattarmi.

Resta in contatto con te stessa

Come sempre conoscere se stessi è la base sulla quale costruire una vita più felice e in linea con sé, che si tratti di relazioni, scelte professionali, la creazione di una nuova impresa o trovare un hobby in cui incanalare la nostra passione e i nostri talenti.

 

Ascolta te stessa: se senti il bisogno di tornare a liberare la tua energia, tornando alla tua natura di donna selvaggia non esitare a contattarmi. Creeremo il tuo percorso trasformativo, per ridare luce alle tue  caratteristiche e alla tua unicità.

Gina Abate non devi sentirti bene per forza

Sono Gina Abate, Coach, Mentore e Formatrice.

Ti aiuto a riallinearti con te stessa per far emergere la chiarezza, il coraggio e l’energia necessari per realizzare i tuoi desideri e progetti. Con amorevolezza verso di te e con una ritrovata Leggerezza. 

Parlo di questo e di altri temi di crescita ed efficacia personale nella mia Newsletter mensile.

Sei una Persona Altamente Sensibile?

Sei una Persona Altamente Sensibile?

Scopriamo insieme ciò che contraddistingue una Persona Altamente Sensibile. Ti riconosci?

Persona Altamente Sensibile: sei una di noi?

Prima dell’articolo “Sei una Persona Altamente Sensibile?”, leggi qui⤵️

Disclaimer: in ciò che scrivo e nel mio lavoro mi rivolgo prevalentemente alle donne, ma non solo. Scrivo al femminile perché, per ora, non mi piace riempire il testo di asterischi o simboli vari e sono certa che gli uomini capiranno. D’altronde fino ad oggi abbiamo letto sempre tutto al maschile senza prendercela, perciò siamo sicure che anche voi potete fare lo stesso.😉

Ti hanno mai detto:
 

Sei sempre la solita esagerata

Mamma mia che suscettibile!

Non dovresti prendere sempre tutto così sul serio…

Ma perché piangi adesso?

Non so se ti sia capitato lo stesso. Da sempre mi sono sentita dire cose del genere, soprattutto da piccola, e da sempre mi sono resa conto che le mie percezioni e reazioni non erano come quelle della maggior parte delle persone.

 

Quindi ho sempre saputo di essere una “persona altamente sensibile”.

 

Quello che invece non sapevo, è che questa non è una semplice caratteristica né tantomeno un difetto, ma un tratto della personalità ereditario (come gli occhi neri o azzurri e tutto il resto). Oltre a questo, ho appreso che, a partire dagli anni 90, le persone “portatrici” di questo tratto della personalità sono state oggetto di studi e ricerche. 

 

E sono emerse delle cose molto interessanti.

Forse anche tu sei una PAS, Persona Altamente Sensibile, (dall’inglese HSP, High Sensitive Person, detta anche persona ad alto funzionamento) e non sai di esserlo. E magari anche tu hai pensato mille volte di essere sbagliata, non adatta, difettosa.

E se non sei tu ad essere una PAS, sicuramente hai un amico, familiare, collega che lo è: conoscere le caratteristiche e il funzionamento di una Persona Altamente Sensibile ti potrà aiutare a capirti e capirla meglio.

 

Persona Altamente Sensibile, una scoperta relativamente recente

 

La definizione esatta di questo tratto è Sensibilità di elaborazione sensoriale (Sensory Processing Sensitivity). La prima a compiere degli studi su questo è stata la dott.ssa Elaine Aron, ricercatrice in psicologia, docente universitaria, psicoterapeuta e scrittrice, che aveva soprattutto bisogno di comprendere sé stessa e il suo funzionamento. Gli studi, effettuati con il marito neurologo, risalgono ai primi anni 90 e la divulgazione delle ricerche ad un pubblico più ampio è avvenuta a partire dal 2012.

 

Anche alla dott.ssa Aron era capitato molte volte che colleghi ed amici la definissero “troppo sensibile”, complicata, diversa, così le era nata la curiosità e necessità di capire cosa ci fosse dietro a quella complessità di percezione, quel mondo emotivo così multisfaccettato ed intenso, quell’empatia e intuito così sviluppati, e quella difficoltà a gestire i troppi stimoli, le cattive notizie o le critiche.

 

 

In cosa consiste la Sensibilità di elaborazione sensoriale e perché sarebbe importante conoscerla?

 

Circa 1 persona su 5 è una Persona Altamente Sensibile. E quasi sicuramente non sa di esserlo.

Di conseguenza, non sa come trattare se stessa per non rimanere vittima degli svantaggi di questo tratto della personalità, né sa come metterne a frutto i vantaggi.

 

Credi di essere una PAS?

Con leggerezza e curiosità, leggi le seguenti domande e vedi se ti riconosci più di qualche volta:

 

  1. Intuisci lo stato d’animo degli altri e spesso ne vieni influenzata/o?
  2. Cogli i minimi dettagli e ti accorgi dei più piccoli cambiamenti?
  3. Soffri molto dinanzi alle ingiustizie o ai problemi ambientali?
  4. Una battuta su di te ti ferisce?
  5. Ti è impossibile prendere in giro qualcuno, anche se per scherzo?
  6. Sei molto sensibile al dolore fisico ed emotivo, anche quello degli altri?
  7. Ti è insopportabile la vista di scene di violenza o crude alla tv, anche se “finte”?
  8. Rimugini molto spesso su tutto?
  9. Hai un contatto profondo e quasi salvifico con la natura?
  10. Ami stare vicino all’acqua o trovartici dentro?
  11. Quando hai fame diventi intrattabile?

 

Se ti riconosci in qualcuno di questi aspetti, potresti essere una Persona Altamente Sensibile 😊 

Questa condizione porta con sè degli svantaggi facilmente intuibili. In questo nostro mondo avere un eccesso di empatia, di sensibilità ai rumori o al “brutto”, una tendenza a pensare molto e soppesare tutto, essere in contatto costante con le emozioni proprie e quelle altrui, può rendere la vita decisamente difficile.

Non sei la sola

 

Ma se Madre Natura si è presa la briga di diffondere queste caratteristiche a circa 1/5 della sua popolazione, evidentemente ha ritenuto che queste portassero con sè qualche vantaggio per la collettività.

 

E infatti è così.

 

Questa caratteristica è presente anche in molte specie animali in natura e gli individui che la portano, sono in grado di memorizzare meglio degli altri le esperienze negative – quindi potenzialmente pericolose per il gruppo – e le opportunità. Lo fanno a loro spese, ma i vantaggi vanno a beneficio della collettività. Quindi questi individui sono particolarmente utili.

 

 

E negli umani? Vantaggi  e svantaggi dell’alta sensibilità

 

L’acronimo DOES può aiutarti a riconoscere e iniziare a comprendere l’alta sensibilità, in te stessa in primis, ma anche negli altri.

 

  •     D come depth, profondità di elaborazione. Sei una specie di detective: osservi, noti e registri tutto, intuisci ma anche rifletti molto. Questo ti permette di accorgerti di cose che gli altri non notano per niente e di intuire i potenziali pericoli o le opportunità. 

 

  •     O come over-stimulation, sovrastimolazione. Questo superlavoro di osservazione e analisi può risultare molto stancante per il sistema nervoso. Perciò, se non impari dall’esperienza, tenderai ad affaticarti in molte situazioni che per gli altri risultano “normali” e piacevoli, potresti sentirti a disagio e tendere ad isolarti.

 

  •     E come emphasis e empathy, enfasi emotiva ed empatia . Sei costantemente in contatto con le tue emozioni e quelle delle persone intorno a te, sentendole con grande intensità e saresti portata/o anche a reagire come fossero tue. Questo ti da un vantaggio nel comprendere gli altri ma spesso ti rende molto vulnerabile, come fossi “senza pelle”.

 

  •     S come subtleties, dettagli. Indica la tendenza a notare i più piccoli particolari dell’ambiente esterno (odori, luci, suoni, cambiamenti) ma anche quelli interni – propri e altrui (vissuti, esperienze passate, sentimenti). Questa micro-percezione regala un vantaggio individuale e per la collettività, perché produce risposte intelligenti e adattative, ma allo stesso tempo è alla base della sovra stimolazione che rende affaticati, schivi o “eccessivamente reattivi“.

 

Non sei difettosa

 

Il vantaggio di sapere (finalmente!) di essere una PAS credo sia soprattutto questo.

 

Se per anni anche tu ti sei giudicata male perché ti senti “senza pelle” davanti a soprusi e ingiustizie 

 

se hai pensato mille volte di avere qualcosa che non va perché senti su di te tutta la sofferenza del mondo, da una formica schiacciata per sbaglio, alle guerre, ai terremoti

se ti sei sentita sbagliata e troppo sensibile perchè una discussione con qualcuno ti “resta addosso” per giorni

 

se hai pensato di avere qualcosa che non va perchè agli aperitivi o alle cene numerose ti sei senti come un pesce fuor d’acqua e non sai mai di cosa parlare….

 

se ti sei sempre sentita “strana/o” perché quando entri in un locale troppo affollato e rumoroso vorresti dartela a gambe levate

 

ora sai che non c’è nulla che non va in te.

 

 

Hai una sensibilità di percezioni particolare, come l’occhio azzurro o la pelle chiara nei confronti del sole.

 

Nessuno con gli occhi azzurri penserebbe mai di avere qualcosa che non va solo perché è più sensibile alla luce: lo sa e si porta dietro gli occhiali da sole.

 

Ecco. 

Ora anche tu sai di avere una sensibilità particolare a qualcosa.

Rende la vita un po’ più difficile? Sicuramente sì.

 

Ma ricordati che porta con sè anche dei grandi doni, a una condizione. 

Per capitalizzare la ricchezza di informazioni che, in ogni momento, sei in grado di percepire e raccogliere 

devi imparare a trattarti bene, avere cura della tua sensibilità per non andare in tilt

 

E ora ti spiego come.

 

 

Come gestire la tua alta sensibilità 

 

  •   Tratta bene il corpo: se sei stanca/o riposati, mangia sano e poco raffinato, evita gli zuccheri: il tuo sistema nervoso è già molto sensibile e ha bisogno di stabilità, non di essere iperstimolato.

 

  •  Evita gli eccitanti – per te sono delle vere e proprie bombe!

 

  •  Fai attività fisica regolare: la tendenza al rimugino e gli alti livelli di cortisolo nel sangue troveranno un maggior equilibrio. Se poi pratichi anche yoga e meditazione, ti sarai fatta un vero regalo.

 

  •  Dormi tanto: per recuperare l’iperattività del tuo sistema nervoso è davvero indispensabile e per scivolare nel sonno, se la tua mente è ancora molto attiva, crea una tua routine di rallentamento e relax e attieniti ad essa.

 

  •  Crea dei rituali adatti a te: a causa del tuo sentire multisfaccettato, sai che è facile per te “perderti”. I rituali (una sequenza di azioni benefiche che sceglierai con cura) ti aiutano a metterti nelle condizioni di funzionare bene.

 

  •   Crea un dialogo interiore amorevole: accorgiti che i tuoi pensieri si esprimono sotto forma di parole e crea dei mantra che siano in grado di interrompere il rimugino o l’iperattivazione.

 

  •    Be mindful: sii presente e cerca di fare una cosa alla volta, immergendoti il più possibile, con tutti i sensi e respirando, nell’attività che svolgi.

 

  •   Cerca di prenderti il giusto tempo per fare le cose: essere in ritardo è molto stressante per una Persona Altamente Sensibile (io questa lezione la devo ancora imparare 😅)

 

Il fatto di “avere un’etichetta” non è una scusa, ma comporta piuttosto una maggiore responsabilità

 

Queste linee guida, come vedi, sono dei consigli di buon senso per chiunque, PAS e non PAS. Ma per le persone ad alto funzionamento rappresentano dei passaggi indispensabili per mantenere l’equilibrio e per ritrovarlo quando, inevitabilmente, la complessità della vita ce lo farà perdere.

Sapere di avere certe caratteristiche non deve metterti nella posizione di pretendere dagli altri un trattamento di favore. Piuttosto, dovrebbe portarti a sviluppare:

  1. una maggior consapevolezza di cosa fa per te e cosa non lo fa,
  2. la scelta di essere auto-responsabile nel proteggerti dagli eccessi di stimoli cui la vita quotidiana inevitabilmente ci sottopone.

Resta in contatto con te stessa

Come sempre conoscere se stessi è la base sulla quale costruire una vita più felice e in linea con sé, che si tratti di relazioni, scelte professionali, la creazione di una nuova impresa o trovare un hobby in cui incanalare la nostra passione e i nostri talenti.

 

È per questo che continuo a studiare e a formarmi, per poter accompagnare con sempre maggior efficacia le persone che si rivolgono a me per un percorso di coaching, nel pieno rispetto delle loro caratteristiche e della propria unicità.

Per saperne di più sull’argomento PAS

Gina Abate non devi sentirti bene per forza

Sono Gina Abate, Coach, Mentore e Formatrice.

Ti aiuto a riallinearti con te stessa per far emergere la chiarezza, il coraggio e l’energia necessari per realizzare i tuoi desideri e progetti. Con amorevolezza verso di te e con una ritrovata Leggerezza. 

Parlo di questo e di altri temi di crescita ed efficacia personale nella mia Newsletter mensile.